
Non abbiamo molto tempo innanzi a noi, meno che mai dopo l’indiscutibile successo delle primarie del PD e, in particolare, di Walter Veltroni: qualche anno nella migliore delle ipotesi, qualche mese in quella meno favorevole. E’ importante che vi sia consapevolezza in proposito, perché un’analisi realistica della fase non è priva di conseguenze sulle scelte delle formazioni politiche, ivi compresa anche la nostra, che si propongono di continuare a far vivere nel nostro paese l’esperienza della sinistra.Molti fra noi, in effetti, ragionano come se fosse possibile procedere lentamente, passo dopo passo, alla costruzione del partito ideale, nel quale ciascuno possa identificarsi senza forzature, né riserve mentali. I tempi di una costruzione del genere, purtroppo, non coincidono con quelli della politica: bisogna mettere nel conto che elezioni politiche anticipate potrebbero caderci addosso, facendo sbriciolare la nostra bella costruzione come un castello di carte; per tacere del fatto che nessuno ha interesse, men che meno il PD, a darci il tempo di lavorare con tutta tranquillità al nostro progetto politico. Molti fra noi (ed io fra questi) vorrebbero poter militare in un grande partito socialista di tipo europeo: non a caso rivendichiamo tutti senza dissensi l’appartenenza al campo del socialismo democratico (e al PSE). Fra l’aspirazione ideale e la realtà concreta in cui siamo tenuti ad operare c’è, purtroppo, una distanza non colmabile in tempi politicamente utili: bisogna allora prendere atto che quel partito socialista ideale, che tutti vorremmo, rappresenta un bene non disponibile nel mercato politico italiano. L’evaporazione, sia pure in tempi, per ragioni e con modalità diversi, dei due partiti storici della sinistra italiana ha prodotto nel nostro paese una situazione che non ha eguali altrove, con la quale bisogna saper fare i conti senza continuare a coltivare la pretesa che sia possibile uscire dall’impasse rifugiandosi in identità storiche “forti” (socialiste o comuniste che siano): a meno di non volersi rinchiudere nel recinto di un asfittico minoritarismo.
Bisogna costruire con quel che c’è, sgombrando il campo da equivoci che rischiano soltanto di bloccarci in discussioni prive di oggetto reale. Quali sono le questioni attorno alle quali è possibile, ed utile, provare a costruire oggi una forza di sinistra socialista? Escluderei che il tema della laicità possa essere uno snodo aggregante. In un paese “normale” (dunque, forse non nel nostro: ma il senso del discorso non muta) la laicità dello Stato rappresenta, almeno in Europa, un patrimonio comune e condiviso da forze politiche delle più svariate tendenze, non una linea di discrimine fra destra e sinistra. Ancorché in un’epoca di risorgenti fondamentalismi il tema sia tutt’altro che trascurabile, attorno ad esso non si costruisce l’identità di una forza di sinistra (almeno come noi sinora abbiamo detto di pensarla): non a caso alcuni compagni, come Gavino Angius, hanno abbandonato assieme a noi i DS perché scettici sul carattere laico del PD, salvo poi lasciare anche SD, motivando la scelta anche con dissensi sul giudizio attorno alle questioni della flessibilità del lavoro, ovvero, come in termini sintetici è invalso dire, attorno alla legge 30 (en passant, va detto che il giudizio che noi continuiamo a formulare sull’insieme della legislazione del lavoro del governo Berlusconi, tutt’altro che ideologico, è solidamente argomentabile sulla base degli effetti concreti che essa sta producendo nel mercato del lavoro; per non dire che è lo stesso giudizio che si legge anche nell’ormai sempre più negletto programma dell’Unione. Dunque, non c’è nessuna sbandata massimalista da parte nostra: semmai uno slittamento progressivo in senso moderato e centrista di tutti coloro – ormai il club è sempre più affollato ed appare destinato ad essere presieduto dal neo-segretario del PD – che quel programma considerano tanquam non esset).
La questione della laicità, d’altronde, non ha costituito un ostacolo per la nascita del PD. Tutti quelli che si sono illusi di inserire un cuneo fra DS e Margherita battendo sul tasto della laicità hanno finito col fare un clamoroso buco nell’acqua. Né poteva andare diversamente: il PD ha visto la luce perché fra le sue componenti è maturata una sufficiente omogeneità sulle questioni che tengono davvero insieme un partito, ovvero sulle scelte di politica economica e sociale.
Che cosa dovremmo essere in grado di opporre noi al neo-liberismo temperato del PD? Per prima cosa la lucidità necessaria nella scelta degli interlocutori. Senza rinnegare la volontà iniziale di SD di aprire un dialogo a 360° con tutta la sinistra rimasta estranea alla prospettiva del PD, è necessario allora riconoscere che tale dialogo è possibile e utile su certi temi, ma non è realistico prospettarne l’approdo ad una formazione politica unitaria. Oggi, come ieri, una formazione politica può dirsi di sinistra e socialista, se si propone, programmaticamente e prioritariamente, di rappresentare le ragioni del mondo del lavoro; oggi, diversamente da ieri, non si può dare un partito della sinistra che non sappia affiancare a quella ragione essenziale della propria esistenza anche le ragioni, altrettanto cruciali, della pace e della difesa dell’ambiente (ovvero delle pre-condizioni per la riproduzione della specie umana).
Attorno all’infinità di questioni che si legano a questi tre temi non si può prescindere dalla definizione di un forte nucleo di idee e valori comuni. Non si tratta, com’è ovvio, di concordare alla virgola, ex ante, su tutte le singoli soluzioni concrete; ma un partito politico non può permettersi di nascere incorporando un malinteso “pluralismo” rispetto alle questioni di fondo, che ne paralizzerebbe in breve la capacità di operare e ne minerebbe la credibilità. Chi guarda con interesse alla costituente socialista in ragione della comune appartenenza al PSE, dunque, dovrebbe attentamente riflettere sul fatto che, probabilmente rispetto a tutt’e tre le tematiche evocate, sicuramente rispetto alle questioni del lavoro, fra noi e lo SDI oggi come oggi esiste una distanza politicamente decisiva: non sarebbe pensabile un partito politico dove alcuni si propongono di riformare la legge Biagi (e non solo quella, per la verità), mentre altri sono convinti che si tratti della quintessenza del riformismo (quel che si è ascoltato al recente convegno di lancio della costituente socialista è assolutamente significativo in proposito).
Rispetto a quelle tematiche, viceversa, proprio nel corso della comune esperienza di governo si è andata costruendo una convergenza sempre più marcata di posizioni fra le quattro formazioni della sinistra. Fra noi e il partito dei Verdi, in particolare, il grado di convergenza sembra già davvero molto avanzato: c’è corrispondenza ampia fra la nostra sensibilità alla tematica ecologista e quella che i Verdi hanno maturato nei confronti dei problemi del lavoro. A questo riguardo, anzi, va detto che le perplessità, che circolano anche fra noi, attorno alla “cosa rossa” sono giustissime e, al tempo stesso, infondate. Non possiamo certo impedire le manipolazioni giornalistiche (anche l’abuso dell’espressione, del tutto impropria, “sinistra radicale” ne è un esempio): alle quali, peraltro, bisognerebbe avere la capacità di ribattere con nettezza, in primo luogo dai dirigenti di SD, che non c’è nessuna “cosa rossa” in gestazione: la prospettiva a cui stiamo lavorando sarà concretizzabile in chiave rosso-verde o non sarà.
La sensibilità comune, tuttavia, attraversa anche i due partiti che ancora si richiamano, più o meno convintamente, al comunismo. Sarebbe una forzatura parlare tout court di cultura ormai comune: le divergenze sulla manifestazione del 20 ottobre sono relegabili alla sfera della tattica politica, ma forse affondano le proprie radici in una disomogeneità di cultura politica. Dopo il venti ottobre, ad ogni modo, a nessuno saranno più consentiti diversivi. Se non si vuole che il PD finisca con l’apparire come l’unica diga contro il berlusconismo di ritorno, esercitando un’irresistibile forza di attrazione (indipendentemente dalle sue politiche concrete) su tutti coloro che, giustamente, guardano a quella eventualità come alla peggiore possibile per il nostro futuro comune, occorre saper mettere in campo, su tutte le questioni rilevanti, proposte, ad un tempo, ragionevoli e rigorose e farle camminare sulle gambe di una robusta organizzazione politica unitaria. Non può sfuggire a nessuno, solo per fare un esempio, che quando due ministri della sinistra votano in un modo (si astengono) e gli altri due in un altro (votano sì con riserva) politicamente il risultato non fa quattro, ma corrisponde a due meno due. Né, per andare ad una questione più di fondo, si può trascurare che è legittimo rivolgere tutte le critiche che si vogliono ai sindacati: senza però mai dimenticare che il loro comportamento (quello della CGIL in particolare) avrebbe potuto essere diverso se nel momento della concertazione sociale, che ha condotto al Protocollo del 23 luglio, avessero potuto contare su una sponda politica solida e seria, anziché trovarsi di fronte esclusivamente il governo (nella sua componente maggioritaria targata PD).
Se gli Stati generali della sinistra proposti dal segretario di Rifondazione possono servire a compiere un deciso passo avanti verso la prospettiva che oggi appare necessaria, senza risolversi in irrilevanti rivendicazioni identitarie, il nostro contributo di idee e di proposte allora non dovrebbe mancare.
Alla prospettiva rosso-verde non varrebbe opporre la questione della collocazione internazionale. Intanto si potrebbe osservare che, da questo punto di vista, noi saremmo comunque messi molto meglio del PD: il quale sta in Europa con parlamentari sparsi fra PSE e formazioni politiche di centro, mentre tutti gli eletti di un partito rosso-verde in ogni caso andrebbero ad operare in Europa nel campo della sinistra. La ragione più forte, che rende non convincente l’obiezione fondata sulle appartenenze internazionali, va comunque ravvisata nel fatto che Europa e PSE rappresentano certamente il campo della nostra azione, ma non vanno scambiati per un divano su cui ci si possa comodamente sdraiare: sono piuttosto un terreno di battaglia politica. Le pulsioni liberiste che animano il processo d’integrazione europea sono sotto gli occhi di tutti, come pure la pluralità di orientamenti riscontrabili nel socialismo europeo: fra Tony Blair (che, non a caso, continua a piacere tanto al PD) e Willy Brandt o Olof Palme c’è una differenza, che non si può cancellare in nome di un generico ed indistinto richiamo al socialismo. D’altra parte, non si può trascurare che l’intera situazione politica europea è in movimento e che proprio l’annacquamento dei tradizionali valori socialisti (e l’incapacità di misurarsi credibilmente con i problemi del mondo di oggi) sta lasciando emergere in altri paesi forze socialiste di tipo nuovo, che già si mostrano capaci di un notevole radicamento popolare: si pensi alla Linke tedesca di Oskar Lafontaine (formazione di impronta indubbiamente socialista, ancorché costituita da ex-socialdemocratici ed ex comunisti), che i più recenti sondaggi danno ormai attorno al 13% delle intenzioni di voto, ed al Partito socialista olandese, nato alla sinistra del partito socialdemocratico e già al 17% dei consensi elettorali.
Per contrastare la “vocazione maggioritaria” del PD, in effetti, bisogna innanzi tutto avere ben chiaro che, dietro quel che Veltroni chiama eufemisticamente “vocazione maggioritaria”, si cela l’idea di fare tabula rasa a sinistra del PD, sia sul versante politico, sia su quello sociale. Quest’ultimo è un problema che riguarda, in primo luogo, direttamente i sindacati, la CGIL soprattutto: cui sempre più chiaramente si prospetta l’alternativa fra la rinuncia alla propria elaborazione degli ultimi anni (dalle leggi di iniziativa popolare alle tesi del Congresso di Rimini) o il rischio di andare incontro ad una clamorosa spaccatura interna. Un esito del genere, peraltro, dovrebbe preoccupare seriamente anche noi: dal momento che non c’è rappresentanza efficace del lavoro che non poggi sia sulla gamba politica, sia su quella sindacale.
Questo esito non è ancora scontato, ma è probabile: per evitare che prenda corpo, che il PD persegua con successo la sua “vocazione maggioritaria”, occorre non soltanto la forza delle idee, ma anche quella dei “numeri” attraverso cui si esprime il grado di consenso politico.
Per mettere in campo questa forza in maniera utile non abbiamo molto tempo a disposizione, né noi né le altre formazioni della sinistra: è importante che tutti, a partire da noi di SD, lo si impieghi nella maniera migliore. Per quanto ci riguarda, la maniera migliore non può certo essere quella di riproporre un rapporto fra SD e PD analogo a quello che si instaurò, una trentina d’anni fa, fra PDUP e PCI. Di un partitino che assolva al ruolo di grillo parlante non si sente davvero alcun bisogno. Per quanto riguarda altri, bisognerà saperli convincere che certe rivendicazioni identitarie lasciano il tempo che trovano: la storia non sarà benevola nel giudicare chi, in nome di identità “forti”, ma ormai logore, avrà di fatto impedito di dare sostanza a quella rappresentanza politica del lavoro, che le disuguaglianze sociali crescenti renderebbero più che mai necessaria. Naturalmente ogni processo di aggregazione (di scomposizione e ricomposizione) lascia qualche pezzo per strada: è accaduto al PD, accadrà anche a noi. L’importante è che quel che eventualmente si perda fra gruppi dirigenti aggrappati ad una realtà che non esiste più, sia compensato da una rinnovata capacità di attrazione nei confronti del vasto popolo della sinistra: che esiste ancora (malgrado le nostre insufficienze e i nostri imperdonabili ritardi).
Alle prossime elezioni, in definitiva, quali che esse siano, è altamente auspicabile che non compaia sulla scheda il simbolo del nostro movimento: v’è da augurarsi che siano maturate le condizioni per una credibile presentazione unitaria della Sinistra. Piacerebbe vedere piuttosto il simbolo di una nuova Alleanza Socialista: perché anche i nomi contano (nomina sunt consequentia rerum: lo si è visto con i DS, che non a caso mai hanno voluto chiamarsi socialisti) e devono saper parlare, ad un tempo, a ragione e sentimenti. Se poi la sensibilità (ecologista, comunista) di qualcuno dei nostri partners dovesse risultare troppo messa alla prova dalla parola socialista, la si chiami Alleanza Popolare; purché sia chiaro che l’obiettivo comune, il non piccolo compito che le particolari vicende storiche del nostro paese hanno riposto sulle nostre non troppo solide spalle, è quello di dare corpo alle ragioni del lavoro, dell’ambiente, della pace: in una parola di concorrere a costruire, per la parte che ci compete qui in Italia, il socialismo del XXI secolo.
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i comunisti sono socialisti, ma piu estremi. il vero comunismo può avvenire anche in ambito liberale, pensa un po’. la sinistra unti serve, una sintesi tra la certezza di reddito e lavoro, e la flexsecurity cis arà sicuramente, e poi credo che instaurare un dialogo non farà altro che spostare a sinistra l asse socialista. ma la sinistra arcobaleno deve essere qualcosa di piu, qualcossa di diverso. i comunisti che vogliono un partito comunista tout court se lo facciano e n0on rimangano ambiguamente nella sa, ma restino uniti. gli altri facciano questa formazione, che deve essere davvero democratica e popolare, nuova e rinnovata nei contenuti. altrimenti nons arà.
mi viene da ridere… la sinistra arcobaleno non sarà mai spcilista… non lo vogliono sia quelli con la falce e martello sia quelli con il sole che ride…
vi siete svenduti ai comunisti per arivare in parlamento… oa ne pagarete e conseguenze… (a quando la scissione della sinistra arcobaleno, che già sta avvenendo?!?)
adesso è tardi, domani lo leggo, comunque già dal titolo promette bene
Non credo che l’espressione “voto utile” possa venire utilizzata solo in relazione alla immediata -o meno- spendibilità del proprio voto per la formazione di un governo.
Non mi piacciono gli slogan e mi annoiano le dietrologie come sport.
Il problema di fondo è il sistema elettorale stesso, per non parlare della cultura italiana. Un dibattito politico dovrebbe essere fondato sulle proposte, centrato sui problemi. E invece vediamo che siamo agli antipodi. Guarda la farsa della par-condicio.
Ecco, allora anche in questa situazione si può ammettere che esista la possibiità di utilizzare il proprio voto come investimento lungimirante, per far sì che venga introdotta in parlamento una forza portatrice di idee che si vogliono sostenere. Ovvio che una decisione simile trova senso specialmente contestualizzata in date circostanze, e cioè io credo che in questo momento votare V o B destini il Paese ad essere governato in modo piuttosto simile, e dalle solite persone che finora hanno fallito quasi su ogni fronte.
Io voterò, secondo questa prospettiva, “Per il bene comune”, perché pur essendo S. Montanari un “troppo nuovo” della politica, e non dotato di doti comunicative sufficienti, è dotato di un programma semplice, chiaro e pragmatico. Dove non si produce distanza -per i soliti motivi strumentali- tra i princìpi ispiratori e i propositi di azione (trasparenti).
Ma i miei dubbi restano, certo. Nel frattempo mi auguro che B possa tramontare definitivamente, perché V è -di poco- “meno peggio”. Beppe Grillo, oggi 10 aprile ha appena pubblicato un post intitolato proprio così, “Il meno peggio”, che pur colmo di fraintendimenti, slogan facili, semplicismi, contiene anche alcune verità. A forza di andare avanti col “meno peggio” l’Italia affonda.
Certo che se la battaglia elettorale si fosse giocata attorno alle idee, avremmo avuto un 75% degli Italiani che non avrebbe capito un’acca dei problemi trattati, ma una esposizione su base paritaria dei vari candidati. Io trovo inconcepibile che si finisca a dare un minimo di spazio a roba anacronistica tipo quella propinata da Ferrando, ma non a “Per il bene comune”.
Insomma siamo alle solite, rivoluzione culturale a quando? Da dove partire?
Ognuno scelga e agisca, ma in fretta e in modo serio.
Analisi interessante. Quando però parli di Angius è ingeneroso il tuo commento Amngius come tutti quelli della mozione Mussi hanno abbandonando i DS che stavano confluendo nel PD, perchè volevano rimanere ancorai al PSE. bene il loro naturale approdo sarebbe stato il PS. Invece no sono confluiti nella Sinsitra e l’Arcobaleno che non c’entra nulla col PSE….allora qual’è la logica????
@crevlacore
cosa centra sinistra arcobaleno con il PS?
forse un progetto socialista un pò più ampio senza i De Michelis e i Craxi???