
Il libro di Clément Chéroux “L’errore fotografico. Una breve storia”, merita attenzione vera. Pubblicato da Einaudi nel 2009 nella collana Piccola Biblioteca Einaudi, è un saggio breve, di circa 145 pagine, scritto da uno storico e curatore della fotografia che ha firmato decine di libri e cataloghi. Già questo basta a far capire una cosa: non siamo davanti a un manuale leggero da scaffale motivazionale, ma a un testo compatto, serio e leggibile, che prova a rimettere in discussione il nostro modo di intendere l’immagine fotografica.
La prima qualità del libro, almeno per me, sta proprio qui. Chéroux non usa l’errore come pretesto folcloristico. Non raccoglie curiosità tecniche per divertire il lettore. Fa una cosa più interessante: prova a capire che cosa rivelano gli sbagli, gli incidenti, le storture e le anomalie dentro la storia della fotografia. Di conseguenza, il libro non serve tanto a evitare gli errori, quanto a guardarli meglio.
Un saggio breve che sposta il punto di vista
Molti libri sulla fotografia parlano di controllo. Controllo della luce, della composizione, del tempo, del risultato. Qui invece il centro si sposta. L’imperfezione non viene trattata come una vergogna da correggere subito, ma come una traccia storica, estetica e persino culturale. È un cambio di prospettiva importante, perché costringe a uscire dalla logica scolastica del giusto e dello sbagliato.
Chéroux ricostruisce infatti una linea storica molto chiara. L’errore, agli inizi, viene stigmatizzato dentro una visione normativa e realista della fotografia. Più avanti, però, cambia statuto. Le avanguardie, il surrealismo, la Nuova Visione e diverse pratiche sperimentali iniziano a vedere nelle disfunzioni del mezzo non un inciampo da cancellare, ma una possibilità da esplorare. Riflessi, ombre portate, fuori fuoco, sovrapposizioni, tagli anomali e altri scarti smettono così di essere soltanto difetti.
Questo, per chi fotografa oggi, è un passaggio ancora molto vivo. Siamo abituati a strumenti che promettono immagini sempre più pulite. Autofocus precisissimo, correzioni automatiche, rumore ridotto, nitidezza portata all’estremo. Eppure la domanda che questo libro riporta al centro è molto semplice: davvero una foto funziona solo quando è corretta? Oppure a volte è proprio uno scarto a darle respiro, voce, memoria?
L’errore fotografico non è un incidente marginale
Una delle cose più riuscite del libro è che l’errore fotografico non viene confinato ai margini. Non è il capitolo secondario di una storia scritta altrove. Al contrario, Chéroux mostra che gli errori hanno fecondato linguaggi, poetiche e persino teorie dell’immagine. Questo è forse il punto più forte del saggio, perché ribalta una convinzione molto diffusa: l’idea che la buona fotografia nasca solo dalla padronanza assoluta.
In effetti, leggendo, si capisce che la fotografia è sempre stata più instabile di quanto certi discorsi lascino intendere. È un mezzo tecnico, certo, ma anche un campo attraversato da caso, imperfezione, sorpresa e deviazione. Proprio per questo il libro ha qualcosa di liberatorio. Non perché autorizzi a lavorare male, ma perché ricorda che la fotografia non coincide con la prestazione impeccabile.
“L’errore fotografico”, allora, per me tocca anche un punto personale. Mi riguarda ogni volta che una fotografia nasce in una zona meno controllata. Penso a quelle immagini che all’inizio sembrano sbagliate e solo dopo qualche giorno iniziano a restituire un’atmosfera. Penso a certi scatti con una leggera indecisione di fuoco, oppure a una luce troppo dura, che però restano addosso più di fotografie corrette e subito dimenticate.
Dove questo libro mi convince di più
La parte che mi convince di più è il tono. Chéroux scrive da studioso, ma non schiaccia il lettore sotto il peso della teoria. C’è densità, ma non c’è compiacimento. C’è storia, ma non c’è distanza accademica nel senso peggiore del termine. Il testo resta leggibile anche per chi non cerca una trattazione universitaria, ma una riflessione seria capace di incidere davvero sul proprio sguardo.
Inoltre, il libro ha un merito che apprezzo molto: evita l’apologia superficiale dello sbaglio. Non dice che tutto ciò che è storto diventa automaticamente interessante. Non romanticizza il difetto. Piuttosto prova a distinguere, a contestualizzare, a mostrare quando e perché una deviazione dalla norma abbia prodotto senso. Questa differenza è decisiva, perché salva il discorso dall’equivoco più facile.
Qual è il modo più semplice per capire se questo saggio vale la pena? Secondo me è questo: se pensi che la fotografia sia solo controllo, il libro ti sposta. Se invece senti già che nello scarto ci sia qualcosa di vivo, il libro ti dà parole, riferimenti e profondità storica per capirlo meglio. In entrambi i casi, lascia un segno.
Dove il libro diventa vicino alla pratica
Mentre leggevo, mi è tornata in mente una fotografia fatta senza vera sicurezza. Non era una foto pensata per piacere. Non era nemmeno una di quelle immagini che mostri subito. Però aveva dentro una piccola frizione, una lieve irregolarità, qualcosa che all’inizio sembrava quasi un inciampo. Col tempo, invece, è rimasta.
Ecco perché questa recensione L’errore fotografico mi sembra utile anche per un blog personale di fotografia. Perché non parla soltanto di storia del mezzo. Parla anche del rapporto che abbiamo con i nostri errori. Spesso li giudichiamo troppo in fretta. Li archiviamo come fallimenti tecnici, quando forse dovremmo lasciarli decantare un po’. Non tutti, certo. Ma alcuni sì.
In questo senso il libro entra in risonanza con un tema già emerso bene: il momento in cui smetti di inseguire la perfezione fotografica e inizi a cercare qualcosa di più vero. Non è lo stesso discorso, però si sfiorano. Da una parte c’è la storia culturale dell’errore. Dall’altra c’è la liberazione personale dal dover dimostrare sempre qualcosa. In mezzo, c’è la fotografia come linguaggio.
Il limite che ho sentito durante la lettura
Se devo indicare un limite, direi questo: chi cerca un libro molto pratico potrebbe restare un po’ spiazzato. Non è un testo che offre esercizi, schemi operativi o consigli immediati da portare in uscita fotografica. Il suo movimento è un altro. Prima smonta un pregiudizio, poi ricostruisce una genealogia, infine lascia al lettore il compito di riportare tutto nella propria pratica.
A me questo non dispiace. Anzi, lo considero coerente con il progetto del libro. Però è giusto dirlo, perché qualcuno potrebbe aspettarsi un manuale sulla creatività o sull’uso espressivo dell’imperfezione. Non è quello. È un saggio storico e critico, scritto bene, che lavora più in profondità che in immediatezza.
Detto questo, la sua utilità pratica esiste eccome. Solo che arriva dopo. Arriva quando torni alle tue fotografie e inizi a guardarle con meno paura, quando smetti di cancellare troppo in fretta. Arriva quando capisci che tecnica e libertà non devono combattersi sempre, e che una foto può essere forte anche se non passa l’esame della perfezione assoluta.
Una lettura che resta
Alla fine, questa recensione si può riassumere così: è un libro breve, ma non piccolo. Sta comodamente in mano, però allarga lo sguardo. Non cambia il fatto che servano tecnica, attenzione e consapevolezza. Cambia però il modo in cui guardiamo tutto ciò che eccede il controllo, devia dalla norma o inciampa lungo il percorso.
Per questo lo consiglierei a chi studia fotografia, ma ancora di più a chi la vive in modo personale. A chi sente che certe immagini non perfette continuano a chiamarlo. A chi si accorge che il proprio sguardo respira meglio quando si libera dall’ossessione della pulizia impeccabile. E a chi vuole leggere un testo capace di mettere in crisi una convinzione molto radicata senza urlare.
In conclusione, il libro di Chéroux non mi interessa perché difende l’errore a tutti i costi. Mi interessa perché restituisce dignità critica a ciò che spesso liquidiamo troppo in fretta. Ed è una differenza enorme. Tu come vivi le fotografie “sbagliate” che continuano a restarti dentro? Se ti va, scrivimi a info@simonezuin.it e raccontami qual è l’errore che, in fondo, ti ha insegnato di più.
