Recensione: Una foto è una foto è una foto

Copertina "una foto è una foto è una foto"
Copertina “una foto è una foto è una foto”

Una foto è una foto è una foto è uno di quei libri che, mentre li leggi, ti fanno venire voglia di fermarti un momento e rimettere ordine. Non soltanto nelle idee, ma proprio nello sguardo. Silvia Camporesi pubblica questo saggio per Einaudi nella collana Vele, in 120 pagine molto dense, costruite come un attraversamento della fotografia contemporanea tra esperienza personale, storia, pensiero critico e domande che oggi non si possono più aggirare. L’innesco è chiarissimo: siamo entrati in un tempo in cui ci sono “più immagini che cose, più schermi che sguardi”, e non basta più dire fotografia come se fosse una parola semplice.

La prima cosa che mi ha colpito è che questo non è un libro nostalgico. Non è il classico lamento sul fatto che una volta la fotografia fosse più seria, più lenta, più difficile, più nobile. Camporesi non cade mai in quella scorciatoia. Anzi, uno dei suoi meriti più forti è proprio questo: guarda in faccia il presente senza snobismi e senza indulgenze. In diverse conversazioni uscite intorno al volume, l’autrice insiste sul fatto che il suo intento non è giudicare moralisticamente il nostro rapporto con le immagini, ma capire “come stanno le cose oggi”, facendo chiarezza dentro una materia diventata confusa, stratificata, spesso caotica. Ed è proprio qui che il libro acquista forza. Non predica. Non pontifica. Prova a capire.

Il titolo, naturalmente, è già una dichiarazione di intenti. Riprende Gertrude Stein, ma non come vezzo colto. Funziona perché rivendica lo statuto della fotografia proprio nel momento in cui sembra dissolversi nei suoi travestimenti digitali, nei flussi social, negli automatismi dei telefoni, nelle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale. Camporesi parte da una tautologia solo apparente, e invece la usa per dirci una cosa decisiva: la fotografia resta un oggetto complesso, stratificato, storicamente potentissimo, anche quando il presente la banalizza, la consuma e la rende ubiqua. Non è morta. Si è trasformata. Ma proprio per questo va pensata meglio.

Ed è qui che il libro smette di essere soltanto interessante e comincia a diventare necessario. Perché la domanda vera, quella che resta dopo poche pagine, è semplice e bruciante: che cos’è oggi una fotografia, quando ogni telefono scatta, corregge, abbellisce e perfino inventa? Camporesi non dà una risposta rapida, e fa bene. Lavora invece per stratificazioni, spostamenti, esempi, cortocircuiti. Tiene insieme il passato e il presente, Cartier-Bresson e lo scrolling infinito, la materialità perduta della stampa e la smaterializzazione del file, l’autore e l’utente, l’opera e il contenuto, la memoria e la performance di sé. È un libro breve, sì, ma non piccolo.

Uno dei passaggi che più mi sono rimasti addosso è l’episodio delle arance. La figlia dell’autrice la guarda mentre si interrompe per fotografarle e le dice: “Ma le arance si mangiano, non si fotografano”. È una frase semplice, quasi buffa, ma dentro ha già mezzo libro. Perché inchioda una verità che ormai ci accompagna ogni giorno: prima ancora di vivere qualcosa, pensiamo spesso a come registrarla. Prima di guardare, immaginiamo già la sua immagine. Prima di sentire, prepariamo una prova visiva del fatto che c’eravamo. Camporesi usa questo episodio non per fare la morale, ma per aprire una ferita molto attuale: quanto del nostro rapporto con il mondo passa ancora attraverso un’esperienza diretta, e quanto invece viene delegato al gesto del fotografare?

Questo punto, secondo me, è uno dei più belli dell’intero saggio. Perché non riguarda solo chi fotografa “seriamente”. Riguarda chiunque viva immerso nella produzione continua di immagini. Oggi fotografare non costa quasi nulla, non richiede quasi più attese, non impone quasi più errori. E proprio per questo si fotografa tutto. Un piatto, una finestra, un figlio che ride, un tramonto, una tazzina di caffè, un paesaggio visto dal treno, una passeggiata qualsiasi. Camporesi non si scandalizza. Cerca di capire che cosa stiamo cercando davvero dentro questa bulimia. E la risposta che emerge è tutt’altro che superficiale: fotografiamo anche per fermare il tempo, per certificare la nostra presenza, per rassicurarci sul fatto di aver vissuto qualcosa che merita di essere ricordato.

C’è una frase, tra quelle rilanciate nelle interviste, che condensa perfettamente questa intuizione: “Chiediamo alla fotografia di ricordarci di aver fatto belle esperienze”. È durissima, se ci pensi bene. Perché sposta il problema dalla tecnica all’esistenza. Non stiamo parlando solo di sovrapproduzione di immagini. Stiamo parlando del bisogno di costruire un archivio della nostra felicità, o almeno della sua apparenza. Camporesi osserva che raramente fotografiamo la noia o il dolore del quotidiano; più spesso raccogliamo immagini brillanti, leggibili, condivisibili, come se servissero a garantire che la nostra vita sia stata degna di essere mostrata e quindi, in qualche modo, degna di essere vissuta. In questa lettura c’è molta sociologia, ma soprattutto c’è una fotografia che torna a interrogarci sul serio.

Quello che apprezzo è il tono con cui tutto questo viene affrontato. Camporesi riesce a stare su un crinale difficile: non idealizza il passato, ma nemmeno accetta il presente come se fosse neutro. Vede benissimo che l’eccesso di immagini modifica il nostro modo di guardare, abitare e perfino desiderare il mondo. In una recensione uscita su doppiozero si cita un passaggio molto forte del libro: “La parola ‘fotografia’, senza un aggettivo che la connoti”, rischia di diventare troppo generica. È un punto essenziale. Perché oggi la fotografia non è una cosa sola. È amatoriale, professionale, artistica, documentaria, commerciale, medica, scientifica, sintetica, archivistica, algoritmica. Fingere che sia un territorio unitario produce solo confusione. E infatti questo saggio prova a restituirle differenze, confini mobili, responsabilità.

Da questo punto di vista, uno dei nuclei più riusciti del libro è proprio la distinzione tra ambiti diversi dell’immagine. Camporesi insiste sul fatto che il problema non è identico dappertutto. Nel mondo artistico l’autorialità resta centrale: l’artista può perfino usare l’intelligenza artificiale, ma ciò che conta continua a essere la coerenza del pensiero e della forma. In altri ambiti, invece, soprattutto in quello documentario, la questione della verità diventa oggi molto più delicata. Se un’immagine può essere manipolata, decontestualizzata, generata o ricostruita con estrema facilità, allora il rapporto fiduciario tra fotografia e realtà si incrina in un modo nuovo e profondo. Questo passaggio, nel libro, non viene trattato con allarmismo isterico ma con lucidità. E per me è uno dei suoi grandi meriti.

C’è un momento in cui questa riflessione tocca qualcosa di ancora più ampio. Non riguarda più soltanto l’immagine, ma la nostra capacità di orientarci. Camporesi descrive il flusso visivo contemporaneo come un ambiente in cui scorriamo senza sosta tra fotografie reali, immagini vecchie spacciate per attuali, manipolazioni, decontestualizzazioni, costruzioni artificiali. In una formula molto efficace, parla del rischio di “morire scrollando”. Fa sorridere, ma è una battuta amara. Perché dietro c’è la percezione di un’immensa stanchezza cognitiva: vediamo tutto e capiamo poco. Ci raggiunge un’infinità di stimoli, ma la verità delle immagini diventa più fragile, più sfuggente, più negoziabile. E allora questo libro non parla solo di fotografia: parla del nostro stare al mondo dentro un ecosistema visivo saturo.

Molto interessante, poi, è il fatto che Camporesi non separi mai del tutto la teoria dalla propria pratica. Non scrive da osservatrice esterna. Scrive da artista, da insegnante, da lettrice, da persona che lavora da anni dentro le immagini. Questo si sente. Si sente nella naturalezza con cui passa da un aneddoto personale a un problema filosofico, da una scena quotidiana a un nodo teorico, da un dettaglio apparentemente marginale a una domanda enorme sull’autenticità. È una scrittura che non ostenta cultura ma la usa bene. E infatti, pur toccando temi enormi, il libro non diventa mai pesante. Resta agile, leggibile, persino rapido, ma senza perdere spessore. È una qualità rara.

Un altro punto che mi ha convinto molto è il modo in cui affronta il tema delle conseguenze. C’è una frase, citata in un’intervista, che suona semplice e invece allarga tantissimo il campo: “Le immagini hanno implicazioni, sempre e comunque”. È un’affermazione che vale per l’intimità privata, per i social, per l’informazione, per il commercio, per il turismo, per l’immaginario collettivo. Camporesi collega il potere delle immagini perfino a dinamiche come l’overtourism, mostrando come certe fotografie condivise in massa contribuiscano a trasformare luoghi, comportamenti, desideri, flussi. Questo passaggio mi sembra prezioso perché sottrae la fotografia a una discussione troppo interna ai fotografi. La rimette nel mondo. La rimette nella vita concreta.

È proprio questo, in fondo, che rende il libro entusiasmante. Non il fatto che dica cose completamente inaudite, ma il modo in cui le mette in fila. Camporesi prende questioni che molti sentono in modo confuso e dà loro una forma nitida. Fa ordine senza semplificare. Restituisce profondità a un gesto che siamo abituati a considerare automatico. E soprattutto riesce a farlo senza uccidere il mistero. Perché uno dei rischi dei libri sulla fotografia è questo: spiegare troppo e asciugare tutto. Qui invece il pensiero chiarisce, ma non sterilizza. Alla fine della lettura non ti senti più furbo. Ti senti più attento. Ed è molto meglio.

Personalmente, ho trovato bellissima anche l’idea che attraversa il libro dall’inizio alla fine: per capire la fotografia di oggi bisogna tornare a guardare quella di ieri. Non per rifugiarsi nel passato, ma per non diventare analfabeti del presente. Camporesi lo dice chiaramente: chi si avvicina alla fotografia dovrebbe prima di tutto prendere coscienza di ciò che è stato. Questa insistenza sulla storia non è accademica. È una forma di resistenza. Se non sappiamo da dove viene la fotografia, non capiremo davvero cosa sta perdendo, cosa sta guadagnando, cosa sta mutando. E questo vale ancora di più adesso, quando la fotografia ha perso corpo, carta, materia, e sembra poter sopravvivere come pura sequenza numerica.

C’è poi un livello più personale, che a me interessa molto. Questo libro mi sembra utile anche a chi fotografa per cercare una propria posizione, non solo a chi studia il medium. Perché costringe a chiedersi: io, oggi, che rapporto ho con le immagini? Le faccio per vedere meglio o per accumulare? Per ricordare o per esibire? Per capire il mondo o per stare dentro il suo rumore? Le considero ancora oggetti che possono pensare, oppure solo contenuti da far scorrere? Sono domande scomode. Ma è proprio quando un libro riesce a spostarti su domande scomode che comincia a contare davvero.

E qui entra anche una piccola scena che, leggendo, ho continuato a immaginare. Torni a casa dopo una giornata normale. Non una giornata memorabile, non una giornata “da fotografare”. Appoggi il telefono sul tavolo, scorri dieci minuti senza davvero guardare nulla, poi per caso ti capita tra le mani questo libro. Lo apri. Leggi di arance che si mangiano e non si fotografano, di archivi della felicità, di immagini che promettono realtà e invece la alterano, di autorialità che non coincide con la sola abilità tecnica. E all’improvviso succede una cosa minima ma importante: senti che la fotografia non è soltanto un mezzo per produrre immagini. Torna a essere un luogo mentale. Un problema. Una responsabilità. Perfino una forma di coscienza. È questa, per me, la misura del valore di un saggio.

Mi sento quindi di consigliarlo con entusiasmo vero. Lo consiglierei a chi fotografa da anni e sente che il terreno sotto i piedi è cambiato; a chi usa il telefono come protesi visiva e non ha mai davvero pensato alle implicazioni di quel gesto. Lo consiglierei a chi ama i libri sulla fotografia ma si stanca dei testi troppo chiusi, troppo accademici o troppo compiaciuti. E lo consiglierei anche a chi non fotografa affatto, ma vuole capire meglio perché oggi le immagini sembrano dappertutto e, insieme, sembrano sempre meno affidabili. Non è un manuale. Non è un libro di ricette. È una bussola. E in questo momento una bussola del genere serve davvero.

La cosa più bella, alla fine, è che Camporesi non difende la fotografia con nostalgia, ma con intelligenza. Non la santifica, non la piange e non la riduce a tecnica né a estetica. La tratta come una pratica viva, compromessa col presente, attraversata da dubbi enormi, ma ancora capace di dirci qualcosa di decisivo su noi stessi. E allora sì: Una foto è una foto è una foto è un libro che consiglio senza esitazioni. Perché rimette peso dove il presente tende a togliere peso. Perché rimette domande dove il flusso tende a cancellarle. E perché, soprattutto, ricorda una cosa essenziale: imparare a guardare non è mai un gesto innocente, ma resta uno dei più necessari.

Se hai letto anche tu Una foto è una foto è una foto, oppure se c’è un libro di fotografia che ti ha rimesso in discussione, scrivimi: mi interessa capire quali pagine ti sono rimaste addosso e perché. Qual è il libro che, negli ultimi tempi, ha cambiato davvero il tuo modo di guardare? Puoi raccontarmelo anche via mail a info@simonezuin.it.