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simonezuin fotografo per finta

Note fotografiche

Una fotografia, qualche riga.

Archivio: ottobre 2026 · Mostra tutte

Ci sono fotografie che parlano di distanza, anche quando tutto sembra vicino.

Una persona seduta davanti al lago, un paesaggio immenso alle spalle, lo sguardo rivolto altrove. Non sappiamo cosa stia pensando, chi stia aspettando, o se stia semplicemente cercando un momento tutto per sé.

È questo che mi interessa: lasciare uno spazio vuoto dentro l’immagine.

Uno spazio che chi guarda possa riempire con la propria storia.

Mi interessa sempre meno una fotografia che spiega tutto.

Preferisco quelle che lasciano qualcosa in sospeso. Chi sono? Cosa stanno guardando? Cosa si stanno dicendo? Perché erano lì, proprio in quel momento?

La fotografia, almeno per me, non deve necessariamente dare risposte. Deve lasciare un piccolo dubbio, aprire una possibilità, costringere chi guarda a fermarsi qualche secondo in più.

Forse una buona fotografia comincia proprio quando nasce una domanda.

A volte basta pochissimo perché una fotografia cominci a raccontare, o a porre domande.

Due piedi, una spiaggia di sassi, una ringhiera che divide lo spazio. Non sappiamo chi c’è oltre, né cosa stia facendo.

Ed è proprio questo che mi piace: quando un’immagine non mostra tutto, ma lascia abbastanza spazio per immaginare il resto.

Ci sono fotografie che, tecnicamente, sembrano sbagliate. Fuoco incerto, movimento, elementi che entrano nell’inquadratura senza chiedere permesso.
Eppure alcune continuano a tornarmi in mente.
Forse perché non spiegano tutto. Lasciano qualcosa in sospeso: chi è quella persona, cosa sta facendo, cosa sta disegnando, cosa sta succedendo appena fuori dall’immagine?
Mi piace questa fotografia proprio per questo. Non dà risposte. Pone domande.
E a volte una fotografia che lascia una domanda aperta mi interessa più di una perfettamente riuscita.
Ci sono mattine in cui il cielo sembra voler trattenere la notte ancora per un po’.
Le nuvole chiudono quasi tutto, poi all’orizzonte si apre una luce inattesa, intensa, rossa, capace di cambiare per pochi minuti il volto del lago.
È in questi momenti che mi accorgo di quanto la fotografia dipenda anche dall’attesa: esserci, guardare, e lasciare che la luce faccia il resto.
Fotografare il banale, per me, è un buon allenamento.
Costringe a rallentare, a guardare meglio, a cercare qualcosa anche dove apparentemente non succede nulla. Un margine d’acqua, delle foglie, qualche variazione di colore: cose che normalmente passano inosservate.
Forse è proprio questo il punto. Non aspettare sempre qualcosa di straordinario, ma imparare a riconoscere ciò che merita uno sguardo anche dentro l’ordinario.
Perché, a volte, il difficile non è trovare una fotografia. È accorgersi che è già lì.

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